Boris Jovanović Kastel

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Poesia-Poezi

Boris Jovanovic Kastel, classe 1971, originario di Trebinje (Bosnia Erzegovina), vive e lavora a Podgorica. Considerato dalla critica letteraria contemporanea tra i poeti più importanti del Montenegro, oltre che un nome di spicco della letteratura slavo-meridionale e mediterranea, è autore di più di 20 raccolte di poesie e di 4 volumi di saggistica. Nei suoi testi affiora la cosiddetta mediterraneità, una dimensione connaturata al suo sentire che lo porta a raccontare del mare e del vento, del sole e dell’azzurro del cielo, degli oliveti e delle vigne, delle pietre – elementi fondamentali nell’universo simbolico del Mediterraneo. Il suo talento letterario lo ha portato ad ottenere numerosi riconoscimenti nazionali ed internezionali, è tradotta in più di dieci lingue.

Ciò che non è riuscito a dirle

                                  La poesia è tutto, tranne che poesia ď amore

Il primo giorno dell′ estate di San Martino,
contrariamente al solito, non arrivò in ritardo
al caffè Florian circondato da mura.
Si tolse la mantellinaA di colore e profumo
Di lavanda, si sedette trafelata, e
Sorseggiando un po′ di tè, disse –
Il tempo del nostro amore è finito!
Mentre senza alcun saluto di addio,
con un fazzoletto in mano, stava andando via,
alzandosi educatamente, come gli era
stato insegnato in famiglia,
lui vide che dalle tasche bucate
dei suoi pantaloni stillavano gocce di mare.
Non era riuscito a dirglielo.
E se pure lo avesse fatto, avrebbe taciuto
Per conservare ad ogni costo
l′ orgoglio della vincitrice
Che non comprende la genetica delle gocce di
mare.
Solo il mare ti conosce
anche se tu non lo sai
Dal tuo stesso pensiero ti nasconde
E quando lo proferisci è tardi,
in modo più leggibile degli astrologi latini
lo scrisse sullo scontrino del bar
di qualche centinaia di lire
cosi quante gocce dalla tasca erano cadute

Misteri

Titolo preso in prestito
Dalla quotidianità del Mediterraneo

Sulla riva rimasero
I suoi sandali marroni, l′ abito
Di naftalina conservato per le nozze
E l′ orologio da polso firmato Playboy
Appartenuto
Al cappellano della chiesa di San Poseidone.
Ma, nessuno della polizia portuale
aveva saputo spiegarlo, il suo
Inchiostro e il quaderno –
Non erano stati trovati!
Sapendo che non aveva il carattere di un suicida
I membri della famiglia nascosero il fatto
Che per ore avrebbe potuto nuotare sott′ acqua.
Dopo onde e onde degli anni
Una bagnante senza nome
Sulla riva vide le tracce più fresche
Di un piede 44 con una stella
Marina cresciuta
E delle pine tra le dita.
Il mondo stupefatto non notò
Sua madre e la sorella che si erano tolte
Il lutto, avevano preso l′ orologio
Del figlio del cappellano che suonava
E avevano stirato l′ abito di naftalina.
Nessuno sa ancora per chi.

Non la vide mai nuda

Aveva riccioli biondi.
Di giorno mentre dormiva
(la notte viveva preparando gli esami)
portava il suo vestito rosso
come un vessillo in ogni battaglia
da Vučji Do, fino a Lepanto e Sutjeska.
Sporco di polvere da sparo,
perforato dalle cartucce e dal sole,
corroso dal sale marino
o strappato dai venti,
sul far della sera lo rimetteva
sul suo attaccapanni d′ avorio.
Quando – ferito dal cannone dei discendenti di
Barbarossa – accettò la sconfitta
E abbassò il vestito a mezz′ asta –
La ragazza divenne il modello pettoruto
Di una televisione globale.
Ma non la vide mai nuda.
La battaglie per il Mediterraneo continuarono
E al lui servi il vessillo e
I riccioli – per le frange.

Letteratura Montenegrina (2008), traduzione di Maria Teresa Albano

Un porto grandissimo

Cacciatori di tonno sull’Atlantico
e marinai affetti dal prurito della nostalgia
sui rompighiaccio dell’Artico
all’arrivo a Gibilterra riscaldati da un brivido,
hanno raccontato che un porto più grande
di quello di Gioia Tauro, a Reggio Calabria,
sul Mediterraneo, il mondo non l’ha ancora mai visto.
Con fazzoletti neri legati sotto il mento
per i fratelli ed i mariti trafficanti di droga,
rugose, contando chicchi di melograno sulle soglie,
le signore del porto di Tauro shanno sussurrato
che molti porti sull’Artico, in cui
non sono mai state, sono più grandi del loro –
per canti, regate in barca a vela,
musica portuale e bouquet di fiori.
Ma perchè le signore afflitte dicono ciò
se immergo nel mare
i loro fazzoletti neri
affinchè si sbianchino col sale.
Li darò a mia madre, anche se non conosce il loro porto –
affinchè cucia abiti da sposa.

Vino d’arance

A Claudia Mori

Mi pregò di andare
verso un’isola senza nubi,
raccogliere in un cesto
le stelle cadenti,
e, guardinghi,
per secoli immergerci in apnea,
cucirci sul petto conchiglie,
amuleti contro la morte.
Sull’isola deserta
in cui i cipressi urlavano su un rogo
e le arance erano più dure delle bocce,
su un vecchio grammofono Tesla
ancora volteggiava, resistendo alla morte,
la canzone di Claudia Mori
Mediterraneo
invitandoci, dopo il silenzio,
a bere vino d’arance!

Traduzione di Maria Teresa Albano
(Margutte, non-rivista online di letteratura e altro, 17 ottobre 2014)

Il Mediterraneo

Circondato da continenti armati
fino ai denti, sdentato, senile e solenne
si pavoneggia davanti al livido dell’Atlantico.
Una nave costruita fuori Venezia non è una nave,
ma solo allorquando i legnaioli nazionali le fanno un brindisi
con un amaro e col pollice le indicano i cieli.
In un teatro antico nei pressi di Pula
tra le comparse che imparano Amleto a memoria
Odisseo è stato visto prima dello sposalizio
così come Carlo Levi ha visto Cristo a Eboli.
L’ipnosi del mare arcaico mura dentro di sé
i conquistatori, i faticatori e gli entusiasti,
ripudia le novità inutili.
Nella regata solenne la decadenza del sud.
Dall’eclissi del pensiero –
immaginate, a Bologna il mattino del rinascimento!
Mentre Annibale percorre cavalcando centinaio di miglia –
immaginate, ad Atene avvampa la fiaccola olimpica!
Mai un uomo del nord comprenderà
l’anima della preghiera dei monaci dell’Athos,
dai salmi taciturni Montaigne era pietrificato.
Il Mediterraneo dimenticato,
l’incendio dei mari desta i mondi.
Sui palmi dell’atleta la cenere
affinché la fiamma non lo bruci
mentre lancia il disco del sole davanti alle grotte degli asceti
e davanti ai labirinti del buio.

Traduzione di Milica Marinković
Da antologie poetiche del Mediterraneo Mare Mare (Fondazione Terzo Pilastro, Bari, 2017.)

Ode a Venezia

Dall’ altezza di Pegaso incantato
sulla pianta della città, preda dell’ umidità
dei musei, non hai le piazze spaziose.
Sei pesce stanco di guizzare,

ormegiato nella laguna, hai ingoiato l’amo di fedeltà.
Potevi viaggiare ancora, vagabondare e fare l’ amore
nelle mattinate come la ninfa nel vestito trasparente,
ipnotizzare sugli approdi i patrizi di Ragusa

e dai castelli adriatici, gia domani nei bazar
di Costantinopoli comprare gli zaffiri di seni delle donne del
Sultano e ornare le squame più lucenti del vino agitato dalle
illusioni. L’inverno seguente potresti nuotare fino alla spiaggia di Tunisi,

sotto la scollatura del deserto disegnare
il re alato con il libro sotto braccio e insegnare ai nomadi
libertini, l’inno veneziano e l’arte
di costruire i galeoni varati nell libertà.

Cosa strana, non sei andata più in nessun luogo,
le conchiglie adriatiche tu chiamasti Empirea, il mare promesso
e il nido dei pesci. Hai disdegnato gli altri pesci,
i salmoni che montano sulle cascate per nascere

la discendenza, balene e sirene
che si afrettano a morire nel mar dei Sargassi.
Quando il tutto passa, i divertimenti e i vagabondaggi
nei porti carnevaleschi sotto le rive,

resteranno i coralli attaccati sulle scaglie,
la polvere scintillante delle chiavi di sabbia delle piramidi,
le mignatte elleniche, pezzi di reggipetto
dalle alghe e i pezzi di roccia, le unghie

di Teuta moltiplicate per dispetto dei Romani – che
assordarono con scamanello le onde portatrici del doge
vincitore e le grida di San Marco, trasformate in burrasca.
Sei sulla terra, le fondamenta nel fango, l ‘albero diventa pietra,

le statue, vive e addormentate hanno paura –
cambierai opinione partirai di nuovo, questa volta
senza ritorno. Pensano, che dopo una sciame di sccoli,
non sai più nuotare e i marinai dei rompighiacci polari

potranno facilmente prenderri nella rete
come un ricordo nonché pescatori fuori del Mare Interno.
Ti venderebbero per abbellire con te gli acquari dei ricchi
alla periferia di Nuova Jorca. Inganni la morte, Dea dell’ azzurità.

Mettiti la maschera – Arlecchino, Pantalone, Colombina –
fa piacere alla folla, resta te stessa
sconosciuta, con malinconia curata dagli storici che, come
ragazzini poco gentili, contano le tue rughe

e i morsi d’amore, cercando negli album spogli e nelle lacere
pergamene del testamento.
Se sei pesce, sulla pianta della città dal salotto
di Marino Faliero spodestato, resti sul fondo,

spargi sulla sabbia le uova di pesce lungo di tutti i porti,
dalle colonne di Ercole fino al Bosforo e davanti il Montenegro,
che i campanili emersi annunciano il giorno
del giudizio, fucilando le stanche furie.

Quando emergi pietrificata dalla stanchezza, dai gorghi
e salvata dagli uccelli rapaci del nuovo mondo,
ul tuo scheletro sarà la carta del monologo seppellito
della autocoscienza vista con silenzio di Pagaso colpito da uno sparo,

il labirinto da cui Dio cacciò Arianna
per giocare da solo, inaccessibile agli apostoli, il solitario
senza i re, senza tutti i dogi sui troni delle Venezie emerse.

Come abbandonatti, l’Altissimo non trova via d’uscita,
ha fretta – i Romani aspettano con la croce ed i chiodi. Per fare
dispetto a loro, comprerà la maschera veneziana
di Pilato e si cercherà sugli affreschi

dei santuari, fino al ritorno dei tempo
all’inizio del guizzo di pesce.

Dalla rivista letteraria La Vallisa, Bari, 2002.

Traduzione Rosanda Vlahovic

Redazione italiana di Francesco Bruni

Fuochi

Inaspettati,
vermigli perché insensibili,
dalla foresta pluviale delle acacie,
siamo nati per rinvigorire
e deporre una ghirlanda di rosmarino
sull’utero delle onde
e per andare al camposanto
affinché dai fossili delle dita della bussola
iscriviamo l’anno di nascita e di morte
nell’etere
ignari del fatto che il fuoco dell’insensibilità
li abbia carbonizzati.

Artemisia marittima

Appena visibile, poco appariscente
cresce dalle mura rugose e dai ciottoli
delle città di un Sud dimenticato,
e vive solo sulla patina delle mappe storiche.
Che le sue foglie
curino dai parassiti intestinali e dalle amebe morali
lo sapevano anche gli antichi negromanti.
Dalle nostre mura si è allontanata per sempre
nello splendore della crepa di un muro
di una chiesa gesuita a Venezia.
Lo sapeva, un nobile guaritore,
che per noi non esiste cura.

Una morte che non è morte

Sulla spiaggia della cittadina di Petrovac
mio figlio raccoglieva ciottoli –
gemme di pigmenti di gesso,
azzurrite e grafite.
Mentre sonnecchiavo, mi ha coperto la testa
di alghe morte e posidonia,
mi ha avvolto in una giacca di sabbia calda,
e con una precisione maggiore di quella degli antichi metronomi
ha sistemato quelle gemme sui risvolti.
Con il gesso ha costruito un sarcofago,
dall’azzurrite ha spremuto il mio nome
e con una matita di grafite
ha colpito il mio cuore
affinché l’enorme tsunami
del nuovo colonialismo
non mi uccidesse.
Per mano di mio figlio, la morte è risurrezione!

Un amico in più

Migliaia di amici uscirono sul lungomare
quando solcò i mari con una barca a vela
stanco di vagare e di cercare
l’anima della storia dalle galere sommerse.
Quando videro che tra i regali – seta,
spezie, vini romani e monete d’oro –
non aveva portato altro che una mano tesa,

sgattaiolarono tutti nei palazzi,
abbassando le persiane.
Il mare di quel porto gli era estraneo,
più nero dei pensieri di sua madre quando si tuffava,
più calmo della meditazione buddista,
della più incredibile ode pagana.
Ma nonostante tutto, cari amici, aveva un amico in più.
L’ unico…

La rivista Crocevia, 2022, traduzione Maria Teresa Albano

Boris Jovanoviq Kastel

Atlantida

Ose nata me vajzën e ishullit të lashtë

Për Atlantidën kemi folur deri në agim.
Ka qenë e sigurt, duke lexuar Platonin
në studimet filozofike në Athinë,
që ishulli e ka marrë emrin sipas Atlantit,
birit të Zotit të deteve, Posejdonit
dhe se banorët e ishullit janë
nga gjinia më fisnike që ka parë bota.
Menjëherë, nga bluza e bashkëbisedueses
doli thitha, gishtat e ishullit
gufuan nga sandalet, pika të mëdha
të djersës, më të njelmëta se detet antike,
i rrëshqitën rreth gafës.
Fisnikërisht, duke hedhur çajin për pagjumësinë
më fali një monedhë Atlantide
me profilin e vet në anën e pasme,
ndërsa unë, ende me naivitet dhe vendosmëri,
dëgjoj pranë saj hipotezat
dhe në hartën me të cilën mbështillet ngadalë
kërkoj Atlantidën.

Vëllezërit

Deti dhe unë kemi qenë të lumtur,
të padukshëm për njeri-tjetrin,
vëllezër gjatë gjithë tridhjetë dimrave.
Dhe pastaj jemi takuar,
kemi filluar luftën për jetë dhe vdekje
rreth një dallge,
të porsalindurës së tij të pare, shallit tim
dhe fletës së pakryer të librit.
Po vdes nga të ftohtit,
ai do të thahet.
Do të ishim gjallë po të pyeteshin librat,
si Kaini dhe Aveli,
po të mos ishim njohur,
vëllezër nga i njëjti bark.

Zgjodhi dhe përktheu Dimitrov Popoviq (Antologji e poezisë malazeze, Onufri, Tiranë, 2012)


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